Sogno in 42 fotogrammi

“Finché morte non vi separi”… aveva detto il prete trent’anni prima. È arrivata, troppo presto. Questo è un viatico, per mio marito, e per me.

Per due anni, dopo la sua morte, la notte venivo visitata da sogni ricchi di immagini, suoni e rumori. Vividi. Case con lavori in corso, case che si disgregavano, case sospese senza fondamenta che urlavano; e poi strade che percorrevo in bici, in macchina, in tram… Al mattino trascrivevo l’esperienza della notte su un diario. Da fotografa, mi chiedevo come avrei potuto fotografare quei sogni. La fotografia poteva catturare la materia dei sogni?

Un bel giorno di maggio, in Liguria, mentre provavo un flash, ecco la risposta: potevo usare la tecnica del mosso, combinata con lo zoom e il flash. Cominciai a scattare febbrilmente, sull’onda dell’emozione. Il materiale me lo forniva la natura, nella quale mi ero rifugiata. Guardavo un fiore, una pianta, una finestra, una luce e, seguendo un ritmo interiore, scattavo.

Gli occhi vedevano, l’obbiettivo accompagnava con piccoli movimenti e raccontava le emozioni dei sogni.
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